Tu sei quella

Era stata licenziata. Durante una riunione si era tolta un vecchio campero nero e lo aveva gentilmente scagliato in fronte a un collega. Otto punti di sutura (grazie al tacco di legno), un livido da tempia a tempia e nessuna denuncia. I testimoni avevano deposto a suo favore. Il lancio dello stivale era stato meritato. Anzi, se avessero potuto, l’avrebbero scagliato pure loro, il campero. Per cambiare ambiente e non aver padroni aveva deciso di fare serenate anonime su commissione. Andava in giro con la sua Panda verde acqua del ’97, targata AY939ZJ, attrezzata con due megafoni e un microfono collegati allo stereo. Firmava una dichiarazione di non diffusione dati dell’incaricante e giurava sull’anima di tutti i suoi morti (e pure di quelli dell’ex marito) che mai li avrebbe dichiarati. Non si sarebbe mai aspettata il successo che ottenne. C’era molta gente che aveva da cantare cose in anonimo, a quanto pare. Alle 19:30 del 26 maggio del 2018, fermò la macchina davanti al numero 65 di via Narducci, proprio accanto alla macelleria Vastasi, quella che si trovava accanto al muro di cinta del convento delle suore di clausura di Chianerossa, in provincia di Pavia. Oltre quel muro c’era la pianura Padana. L’aria era dolce e calda. Il tramonto, con toni di arancione e rosa, stava lentamente avvolgendo il mondo. L’erba dei campi circostanti era appena stata falciata e si sentiva un vago olezzo di merda di cane. Inserì il CD nello stereo. Numero 3, le aveva detto il commissionante. Non ascoltava le canzoni. Le piaceva la sorpresa. Scoprire chi si sarebbe affacciato, vederli sorridere di gioia. Schiacciò il tasto PLAY. Le note di “Tu sei quella” cantate (lo avrebbe scoperto poi) da Biagio Santamaria e non dalla cantante originale cominciarono a svolazzare per tutto il paese che si accingeva a cenare. A fine canzone prese il megafono e disse: “Questa dolce melodia è stata offerta anonimamente da chi sa a chi sa! Eccola di nuovo per il vostro piacere”. Quasi alla fine del replay, la porta del passeggero si aprì di scatto. Una suora, sulla sessantina, con le lacrime agli occhi e un sorriso innamorato, si accomodò e le intimò: “Portami dalla mia Orietta”.

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