Drin

Drin, fece il telefono, venerdì sera prima del lunedì di Ferragosto. Tirò su la cornetta. Nessuno. Sentì qualcosa simile ad un lieve ritmato ansimare. Paura. NESSUNO AVEVA QUEL NUMERO. Sola, a Milano, ad agosto, all’ultimo piano, chi si sarebbe accorto, se l’avessero ammazzata? Mise giù e tornò a friggere l’uovo. Drin, fece il telefono. Tirò su la cornetta. Nessuno, di nuovo. Rumore impercettibile. Mise giù e tornò a friggere l’uovo. Drin, fece il telefono. S’incazzò, gli urlò dietro. Il telefono le serviva. Non poteva staccarlo. Drin, fece il telefono. All’undicesima volta, chissà perché, incominciò a parlare. Faceva caldo, era distrutta dentro e fuori. Abbracciò la cornetta mentre si adagiava sul letto che veniva accarezzato dagli ultimi raggi del tramonto che prima si erano rincorsi sulle pareti coperte dalla carta da parati scurita dal tempo, puzzolente di fumo delle sue sigarette. “Ti prego, smettila, chiunque tu sia… ti prego…” Lo strano ansimare le sembrò amico. Sospiri ritmati, come battiti d’un cuore disperato simile al suo. E allora gli raccontò del perché si era rinchiusa in quella casa. Perché non usciva mai. Perchè la spesa gliela faceva Dino, il portinaio, ogni sacrosanto venerdì. Alle 4 di mattina disse: “Senti, è tardi… io metto giù. Ti prego, non richiamare…”. Mise giù. Drin, fece il telefono. Iniziò a piangere. Tirò su la cornetta: “Va bene… facciamo così… io la lascio sul comodino. Andiamo a dormire, ti prego…” Il leggero frusciante ansimare approvò. Quella notte, dopo 15 anni, dormì senza mai fare incubi o svegliarsi madida di sudore. La mattina dopo, la prima cosa che fece fu prendere la cornetta in mano. Era ancora là… “Ok, non so perché, ma va bene… ok”. Per 3 giorni e 4 notti raccontò del dolore, delle gioie, delle lacrime, delle risate. Dormì e sorrise, perfino. Dall’altra parte, quel frusciante ansimare ritmato, l’accompagnava e, a tratti, si bloccava a darle riscontro. Martedì mattina, mentre gli stava dicendo che le sarebbe piaciuto incontrarlo, il citofono suonò. Appoggiò la cornetta sul comodino, scusandosi, e corse a rispondere: “Signora, sono Dino. Senta, può staccare la presa del telefono che abbiamo i signori della SIP che stanno aggiustando la centralina, che s’è incartata per tutto il fine settimana?”

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