Hotel Paradise

Clark Gable entrò, scivolando con strafottente grazia, attraverso la porta girevole di lucido mogano e spendente cristallo. Si fermò nella hall, guardandosi intorno. Sorrise, ascoltando le prime note di Unforgettable che Nat King Cole stava cantando, seduto al pianoforte, a pochi metri da lui. Nel centro del salone, sul divanetto circolare di morbido e profumato velluto trapuntato bordeaux , Marylin aveva accavallato le gambe mentre con una mano reggeva un bicchiere di gin & tonic e nell’altra teneva svogliatamente il Paradise Chronicle che stava leggendo con finto interesse. Alla reception, Bruce Lee stava impilando gli ultimi documenti, prima di chiudere il bancone. Sorrise a Clark. Gli fece cenno con la testa verso il lato opposto del salone come a dirgli: “è là…”. Appoggiato allo stipite del salone d’Inverno c’era James Dean. Braccia conserte, occhi socchiusi, sigaretta a mezzo labbro, guardava Shirley Temple che faceva le giravolte davanti a Charlie Chaplin, comodamente adagiato nella poltrona Chesterfield di cuoio marrone, che sonnecchiava. Clark avanzò di qualche passo. Mise le mani nelle tasche, cercando qualcosa. Tirò fuori una sigaretta e, prontamente, Rita Hayworth, arrivò per accendergliela con un Dupont d’oro massiccio. Gli sorrise e chiese: “Anche stasera qua, Clarke? James non è di buon umore, sappilo. Marylin gli ha dato buca per l’ennesima volta perché John non le ha portato il cappello da cowboy che le aveva promesso.” Clarke sorrise con disprezzo. “Non dirà di no. Tranquilla. Questo nuovo è uno particolare…” Con poche falcate, raggiunse l’altro lato della sala, ponendosi di fronte a James. “Andiamo, amico, è l’ora.” Il ciuffo biondo si smosse per un impercettibile secondo. Gli occhi semichiusi, ancora. “James, ora o mai più, dai…” Nessun riscontro. Clarke chiuse gli occhi e chiese mentalmente aiuto. La porta girevole cigolò. Nella hall silenziosa irruppero le risate di Humphrey Bogart e Spencer Tracy che, abbracciati a Katharine Hepburn e Whitney Houston, non smettevano di ridacchiare. Whitney si accostò al piano e iniziò a cantare “In my solitude”. Humphrey raggiunse Clarke e James. “Andiamo?” James aprì gli occhi. Si scostò dallo stipite a fatica. Prese in braccio Shirley e guidò il gruppo verso l’uscita. Davanti all’entrata, la portiera della limousine si aprì e ne uscì, stranito, Marlon Brando.

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