Castagne

La domenica svuotava la borsa. La svuotava degli scontrini della settimana, dei sacchetti del pranzo mangiato frettolosamente in ufficio davanti al computer, dei post-it scaduti sui quali aveva scribacchiato velocemente appunti per le riunioni del giorno dopo, delle briciole dei Duplo che aveva ingurgitato alla velocità della luce per sentirsi meno colpevole sperando che non si materializzassero sui fianchi cellulitici. Mentre la svuotava si domandò cosa fossero quei 3 fogli. Non ricordava d’aver stampato e portato a casa qualcosa su cui lavorare. Al massimo, l’avrebbe messo nello zaino dell’ufficio. S’accomodò in poltrona, davanti al letto, prendendo gli occhiali da presbite. Iniziò a leggere. Cose cattive. Cose bruttissime che qualcuno di cui si fidava, in ufficio, diceva di lei, a qualcun altro di cui gli altri avevano paura. Non lei. La persona di cui si fidava, la ingiuriava, s’organizzava con l’altra persona per farle del male. Si riferiva a lei con il cognome. Come fosse uno di quei prigionieri dei campi di concentrazione, che ancora tengono il numero tatuato sulle braccia, morti e buoni. Si organizzavano per farle del male. Le volevano fare del male. Male. Male aveva, ora, al cuore. Lo stomaco le si rattrappì. Iniziò a vomitare sul parquet fino a quando i rigurgiti si trasformarono unicamente in sangue e bile, misti alle lacrime che non s’era resa conto di aver iniziato a piangere. Lacrime amare. Quella mail era stata stampata da qualcuno che, inavvertitamente (o forse no), l’aveva ricevuta e voleva avvisarla? Perché? Perché? Si dice che il male che ricevi è il male che rifletti nello specchio della vita, delle vite degli altri. Fosse mai che… S’analizzò bene. Ci pensò e ripensò. Fece psicoterapia. E poi… Poi aspettò ottobre. Comprò 14 castagne. Numero dispari. 7 a testa. Durante la pausa pranzo, a porta chiusa, schiacciò con le Lumberjack ogni singola castagna visualizzando, ogni volta, che ognuno dei due soffrisse tanto quanto aveva sofferto lei. Basta i buonismi. Basta il porgere l’altra guancia. Vaffanculovà. Ad ogni castagna, un litro di lacrime. Alla fine, un sospiro felice. Un mese dopo seppe che chi aveva organizzato la cattiveria s’era ammalato di herpes zoster. Si licenziò ed aprì un negozio di pozioni magiche per impiegati mobbizzati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...