Sera d’estate

La sera s’accomodavano in veranda. D’estate era il momento migliore. La campagna intorno alla piccola casetta di mattoni suonava un concerto solo per loro. Grilli, rane, l’acqua del piccolo ruscello che scorreva e il vento che sospingeva le spighe del campo di grano facevano a gara per farsi sentire. Lui sorrideva e le si accostava. Lei faceva finta di non volerlo avere accanto. Che i suoi spazi dovevano essere rispettati, che cavolo! Poi, invece, improvvisamente, adagiava il capo sul suo grembo e rideva come una bambina. I loro 150 anni d’età, messi assieme, mica erano roba da poco. Parlavano delle tortore che stavano nel granaio, dei gatti che oziavano in salotto, dei figli che stavano lontani, ma vicini, di quel libro che avevano letto assieme, una volta, di cui lui si ricordava una cosa e lei l’altra. Completarsi, forse è questo il segreto. Sorseggiavano il tè che lei aveva preparato sgranocchiando i biscotti alle mandorle che lui aveva cucinato. Verso le 11, poi, andavano a letto. Che a salire le scale, lei andava avanti e lui la sospingeva, accarezzandole i floridi fianchi appesantiti dalla menopausa e dai 3 figli. Una di quelle sere d’estate, già a metà settembre però, quando il vento fresco della sera iniziava a far volteggiare le brune foglie di faggio… lei appoggiò il capo sul suo grembo e… Aveva sospirato dolcemente quando lui aveva iniziato ad accarezzarle la chioma sbiadita. Si era raggomitolata a lui, rabbrividendo un po’ al primo alito di vento leggero. Aveva sorriso e, proprio mentre lui raccontava, per l’ennesima volta, di quando, da ragazzini, quel suo amico aveva sfondato la barchetta saltandoci dentro, quando erano al largo della baia dei cedri… pensò per l’ultima volta che sarebbe stato davvero divertente vederli affondare e urlarsi addosso. Sospirò e se ne andò. Lui continuò a raccontare fino alla fine, accarezzandole distrattamente la mano. Poi le chiese di andare su a letto. Lei non rispose. La chiamò. Non rispose. Le toccò la pelle, proprio là, dove una volta pulsava la carotide. Morse le labbra, cercando di trattenere le lacrime. Due, una per occhio, scapparono. Le strinse forte la spalla. Mormorò il suo nome e poi chiuse gli occhi, anche lui.

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