Amore mio

Bettina mise nello scatolone la caffettiera da 4 sospirando, colpevolmente, di piacere. Da quando era morto Mario, non aveva più dovuto farlo. Il caffè le piaceva, sì, ma solo col tiramisù. In altra maniera, NO. Era, probabilmente, l’unica italiana al mondo che lo schifava. Lui, invece, gliene faceva preparare a litrate. Tanto che, quando era nato Federico, tutti avevano riso della voglia a forma di chicco di caffè che aveva sulla coscia. Dicevano che da quello si capiva ch’era figlio di Mario. Sessant’anni. Sessant’anni di matrimonio. Sessant’anni di cose brutte e belle. Più brutte che belle, come tutti. S’accomodò meglio nel divano, sorridendo di nuovo, perché, ora, poteva mettersi davanti al televisore e non di lato, perché là sedeva Mario, da sempre. Che agli uomini, si sa, bisogna dare il meglio, altrimenti in casa non v’è armonia. S’alzò per spegnere il latte che stava per uscire. Anche quello… Ora non c’era più bisogno di cucinargli primo e secondo,  per farlo mangiare sostanzioso. Ora che stava da sola si faceva una frisella col latte, la sera, e vaffanculo al mondo. Inconsciamente apparecchiò per due. Fu là che le scappò la furtiva lacrima. Un po’… le mancava. S’appoggiò al lavello. Le parve di vederlo, d’averlo accanto. In quell’istante percepì un alito di vento accarezzarle i capelli canuti e alitarle nell’orecchio: “Bettina, amore mio. Bettina, amore del cuore del tuo Mario. Perdonami per tutto quello che t’ho fatto patire. E mica lo sapevo io che non ti piaceva il caffè. E se tu me l’avessi chiesto, il posto sul divano te l’avrei dato. E se tu l’avessi detto, t’avrei portato a cena fuori, qualche volta.  Bettina, amore… Bettina, amore mio. Bettina, amore mio…” Bettina, irrigidita dal terrore, non sapeva se svenire o scappare. Chiuse gli occhi. Li riaprì. La prima cosa che vide fu la preziosa statuetta di Capodimonte che le aveva regalato per farsi perdonare l’ennesimo tradimento. Solo sesso, le aveva detto. Le si gonfiò il petto mentre la voce continuava a dire: “Bettina, amore mio…” Si voltò, giust’intempo per vedere l’ectoplasma dissolversi. Gli sputò contro urlando furiosamente: “E amore mio un cazzo! Bada bene di non reincarnarti nella mie prossime vite, Mario, o t’ammazzo di nuovo!”

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