Facciamo che…

Le aveva spedito un biglietto d’auguri anonimo per il suo ventinovesimo compleanno. Le aveva scritto pensando che fosse ancora follemente innamorata di lui. Era stato il suo primo uomo. Il primo. Aveva sorriso, mentre scriveva il biglietto, pregustando la sorpresa, la gioia d’averlo ritrovato. Ma… come ogni tramonto che porta la promessa di una nuova alba, lei s’era arresa al tempo e l’aveva riposto in uno di quei cassetti dell’anima, dove si tengono i ricordi preziosi che non ti fanno più battere il cuore, ma che non vuoi buttare via. Poi l’aveva chiamata, questa volta sorprendendola davvero, perché lei, quel biglietto, sperava fosse di qualcun altro. E, amici diventarono. Amici davvero. Cominciarono a sfogliare le pagine dei propri cuori, una dopo l’altra, con sincera timidezza seguita, poi, dalla sfrenata e gioiosa consapevolezza degli anni buoni che stavano vivendo assieme. Il giorno che decise di dirglielo, aveva traslocato a Surrey Quays. Lei l’aveva aiutato. La fece accomodare sul letto. Le diede un bicchiere di Ribena. Le accarezzò un braccio sussurrando: “Devo dirti una cosa”. Lei trangugiò la bevanda dolciastra. Poi sorrise rispondendo: “Sei gay”. Così. Senza punti esclamativi o interrogativi. Così. Come ci si sente a liberarsi dalle catene della colpa? Come ci sente a volare, finalmente, con le ali insanguinate che, fino a poco prima, erano inchiodate a terra con pali d’acciaio che mai nessuno avrebbe potuto estrarre? Come ci si sente a non avere più quel senso di nausea, schifo per se stessi e per il resto del mondo? L’abbracciò forte, silenziosamente. Poi le baciò la fronte. Proprio nel mezzo. Proprio là dove riposa lo spirito dell’amore. A volte andavano a ballare all’Heaven, a Charing Cross. La musica lo stordiva. Gli entrava nel corpo mentre la guardava ballare sulla pedana ad occhi chiusi. Quanto, Wallah… quanto avrebbe voluto essere innamorato di lei. Verso le 4 di mattina lei rientrava; lui andava con chi aveva trovato. Poi, tornava da lei che lo aspettava. Nel buio, lo abbracciava, silenziosamente, accarezzandogli i capelli mentre i singhiozzi di lui le rimbombavano sul petto. Avrebbe voluto piangere, soffrire per lui. Ma l’unica cosa che potè mai fare fu sussurragli, all’infinito: “Facciamo che, nella prossima vita, sarai tu a consolarmi”.

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