Il buco

ore 09:40, tribunale di Milano. E’ dura fare qualcosa che hai desiderato, ma che non vuoi fare perché duole immensamente. Credevo talmente in questo matrimonio che, forse, quando s’è volatilizzato nel cielo di marzo, come una leggera, impalpabile carta velina bruciata incautamente da un bambino che non doveva usare i fiammiferi, non ho voluto guardare il suo sfarfallìo, proprio perché l’allontanava irrimediabilmente da me senza ch’io potessi farci nulla. E tu lo sai ch’io odio non poterci fare nulla. Sembri sereno. Non so s’è perché non te ne fotta o sei bravo quanto me a fingere. Fa strano. È forse la prova che il dolore provato, inflitto era necessario? Rimani il solito criticone, però: il traffico, lo scanner, l’ascensore. Sospiro, ricordandomi perché volli separarmi. Cos’altro ricorderò di oggi? Il buco incolmabile che, partendo dal cuore  arriva in fondo all’anima, fagocitando tutto quanto si trovi intorno; questo ricorderò. Chiedo indicazioni. La guardia risponde: “Ah, sì! Il piano delle separazioni.” Il buco s’allarga. E s’allarga di più quando leggo il mio cognome seguito dalla parola “contro” e il tuo cognome. Mi sento Calimero, piccolo e nero. Vorrei urlare: “Ma io non sono contro di lui! Stavamo male entrambi!” Ma tant’è… Tutti impegnati nei loro “contro”. Tante coppie. Tutte vestite di nero e viola. Come i paramenti dei funerali. Bizzarro. L’avvocato di un’altra coppia ci chiede di passare. Ti dice: “Vabbè, comunque lo sapete come funziona, no?” Tu rispondi: “Beh, guardi, mica tanto. E’ la prima volta che mi separo. Non credo che succederà più! Il prossimo che mi parla di matrimonio, lo brucio!” Ti guardo esterrefatta. Poi scoppiamo a ridere di cuore, noi due. Entriamo. La giudice legge la nostra storia. Firmiamo. Mi offri un passaggio a casa. Il buco s’espande mentre sfrecci davanti alla chiesa delle promesse che non abbiamo mantenuto. Vai via mentre le prime gocce iniziano a ballare sui tetti. E ora? Non lo so. So solo che abbiamo riso della nostra separazione. E forse, un giorno, questo buco, dopo essersi mangiato tutto di me, fagociterà anche questa sensazione di fallimento che mi tiro dietro, come un bambino che trascina il suo carretto rosso pieno di cose pesanti che non sa dove mettere? Forse…

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