L’ultimo agapanto

Penso spesso a quello che mi dicevi. Che non s’ha bisogno di dire t’amo, con l’apostrofo rosa poeticamente sospeso a mezz’aria, per dimostrare che davvero s’ama. L’impeto dei miei anni, che contrastava con la pacata risolutezza dei tuoi, si dissolveva magicamente, come le ultime onde che raggiungono la riva in un giorno di tempesta, ascoltando la tua voce che flemmaticamente cercava di spiegarmelo. E io, puntualmente, non volevo capire. Esigevo quell’anelato “t’amo”. Vabbè, che ci vuore fare ‘more mio. Meglio tardi che mai. Ora osservo quest’ultimo agapanto e penso a lei che, mai m’ha detto t’amo, ti voglio bene ma, come cercavi di spiegarmi tu, ha sempre trovato ogni fottutissima, minuscola occasione per dimostrarmelo. Così, specchiandomi nel suo “t’amo mai detto e mai sentito”, mi rendo conto di non averglielo nemmeno io mai “detto, fatto sentire”…infinitamente. Aggiungendoci pure tutte le debite bastardate filiali. Sono sul balcone. Osservo l’ultimo fiore d’agapanto appassito. Lo rubò per me, quando partorii. Avevo solo detto: “Che bel fiore”. Tak, il giorno dopo, me ne ritrovai una pianta sul letto. Non lo ricordavo più. Da quell’unica pianta, ne sono nati centinaia, bellissimi. Un giorno dissi: “Cheppalle, hanno buttato giù il vecchio cinema. Non mi resta nulla della mia gioventù.” Tak, quella stessa sera rubò un mattone dal cantiere infiltrandocisi col cane. Un giorno dissi: “Vado a raccogliere legna al mare. Mi piace tanto”. Tak, mesi dopo, mi ritrovai tre sacchi di legni di mare raccolti da lei. Centinaia di volte ha fatto così. Capisco solo ora d’aver imparato da lei ad ascoltare VERAMENTE chi amo; fare di tutto per esaudire i loro desideri; dare loro ciò che li rende felici. Certe lezioni, probabilmente le più importanti, non vanno impartite a parole, ma con l’esempio. Ora, mi chiedo cos’ho fatto per lei. Mi chiedo se, in qualche maniera, le ho fatto capire che l’amo, senza dirglielo mai, anche io. Poi ricordo che, quando è stata peggio, ha chiamato me per prima. Quando temeva d’essere giudicata, ha chiesto a me giudizio. Quando necessitava d’aiuto, lei che non chiedeva mai, chiamava me. E allora, finalmente, capisco che, davvero, non s’ha bisogno MAI di dire t’amo, ma di dimostrarlo. Proprio come facevi tu, ‘more mio.

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