L’Esploratore

In piedi, sul ponte di controllo dell’astronave, controllava, attraverso l’enorme schermo trasparente, l’armata che aveva sotto. Pensava ch’era tanto tempo che non tornava sulla Terra. L’ultima volta, 1300 anni umani prima, aveva vissuto in Mongolia. Avevano importato nuovi animali e batteri. Gli animali s’erano adattati serenamente. Lo yak aveva scombussolato un po’ tutti all’inizio. Il leopardo delle nevi, invece, l’avevano cacciato fino quasi ad estinguerlo. Ricordava d’aver faticato molto all’inizio. Da essere argenteo, alto tre metri, composto da pura, preziosa energia, costringersi dentro un corpo (fallace e fallibile all’ennesima potenza, per giunta) aveva davvero sofferto la peggiore delle agonie. Come potevano, gli umani, desiderare così tanto non morire, liberarsi di quel guscio costringente, limitante? Ricordava che qualcosa l’aveva trattenuto, verso la fine. Non ricordava cosa. Ora che stava ritornando per recuperare i dati da fornire all’Entità, sentì qualcosa dentro “chiamarlo” incessantemente verso la Terra. Strano. Arrivarono ch’era notte. Poteva vedere Porrima e Venere in congiunzione. Sostarono pochi attimi sulla Muraglia cinese, che potevano apprezzare anche dalla Luna, poi saettarono verso Nord. Dopo aver sorvolato i Tannu-Ola, si posarono con leggiadrìa a terra dove 1300 anni prima aveva lasciato l’accumulatore globale che raccoglieva tutte le informazioni terrene. Dalle variazioni climatiche all’evoluzione dei batteri che aveva introdotto; dalle guerre alle invenzioni che c’erano state durante la sua assenza. Ci mise poco a trasformarsi nella sua antica veste umana. Disse agli altri di aspettarlo. Poi scese giù a piedi, non potendosi più teletrasportare. Era carne e sangue, di nuovo. Soffriva davvero tanto. Non vedeva l’ora di liberarsi di quel corpo. Aprì lo sportellone e fu la rovina. L’alba, splendida, l’accolse. I profumi del mondo l’aggredirono, inaspettatamente, rimproverandolo per averli abbandonati. Ricordò tutto. Fu come cadere in un fiume in piena, annegandoci. Ricordò l’amore di Lynn, il profumo dei fiori, l’erba sotto i piedi, il fuoco, le cavalcate, il vento, il mare, le montagne. Una lacrima si fece strada sulla novella guancia. Altre seguirono. Singhiozzando, crollò in ginocchio mentre cercava di recuperare l’accumulatore. Una volta fatto si voltò verso l’immensa pianura. Respirò a pieni polmoni un’ultima volta. Il dolore dell’addio era insopportabile e decise che, anche stavolta, avrebbe chiesto di farsi iniettare l’oblìo dell’esperienza terrena, non appena tornato su.

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