Toscano e Camay

Chissà se lo vendono ancora il Camay. La nonna si lavava la faccia la mattina splashandosi addosso l’acqua del catino che stava fuori, in cima alle scale esterne, a sinistra della porta della camera da letto. Prima, però, s’insaponava ben bene la faccia con il Camay che le rendeva il viso talmente bianco da spaventarla. Era una grande casa di campagna. Almeno… a lei ch’era piccina così sembrava. Davanti alla casa c’era uno spiazzo dove, le sere d’estate, cenavano tutti assieme mentre i bambini scorrazzavano intorno. Ci sono dei giorni milanesi che le ricordano ancora il freddo della notte sannita; quando dormiva coi nonni, nel loro lettone. Loro a capo, lei in fondo, “protetta”, si fa per dire, dai piedi di loro due che, giustamente, si lavavano una volta alla settimana. Ci sono dei giorni milanesi che le ricordano la nebbia sannita mattutina che si levava subdolamente, raggiungendole i polpacci, mentre ciabattava giù per la discesa dei Principi fino al ruscello a prendere l’acqua con la nonna. Per strada, raccoglievano le violette, che poi avrebbero strozzato con un filo di cotone, per regalarle alla mamma. Di pomeriggio, quando il nonno russava davanti al camino e la nonna rassettava il porcile, lei sgaiattolava su, nella camera da letto, per compiere il vile atto. Prima d’arrivare all’agognata meta, però, doveva superare un percorso pericolosissimo. A destra c’era il comò con il busto di Mussolini. Che le faceva una paura folle. Chiudendo gli occhi, a tentoni, lo superava. A sinistra c’era il pisciaturo che, seppur lavato ogni mattina, olezzava mortalmente. Alla fine della pericolosissima gimkana, arrivava al comodino dove “liberava” dalla scatola di ferro una decina di pastiglie Valda che ingollava velocemente sorridendo e leccandosi lo zucchero dalle dita. A volte lo vede ancora urlare, col sigaro toscano in mano “L’àggia acchiappà ‘o mariuolo che mi arrubba le caramelle! L’àggia acchiappà primma o poje!”. Tutto, nel raggio d’un chilometro, profumava di quel tabacco. Ancora adesso quando, passeggiando in Corso Vittorio Emanuele, per caso, il profumo d’un toscano la raggiunge, lei sospira. Che nulla succede mai per caso, lei lo sa. Allora, sorride di nuovo come s’avesse le Valda in bocca e pensa: “Ciao nonno, ero io la ladra…”.

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