A Natale è…

Una settimana prima di Natale il padre portò a casa un piccolo cappone. Lei ci fece subito amicizia. Esiste l’amore a prima vista anche con gli animali. Quel cappone era davvero simpatico e colorato. A Napoli si dice: “è proprio checazz…” che non è un insulto, bada; si usa per dire: “Ma tu guarda quanto è carino e simpatico ‘sto coso strano che mi ritrovo davanti”. E lui era davvero checazz. Con quella cresta rossa, turgida e spessa che si muoveva a destra e sinistra. Col becco giallo che picchiettava nel piatto dove la madre aveva messo il granone. Le faceva compagnia mentre cercava di fare i compiti delle vacanze, che la maestra gliene aveva dati tanti. E poi, pure di notte, mica dormiva? Andava a trovarla sul divano, dove lei dormiva e si accoccolava ai suoi piedi sborbottando e ciaccolando come tutti i capponi fanno prima di addormentarsi. La cosa, però, che le piaceva di più era la folta raggiera di piume colorate d’un fulvo e affascinante marrone lucido che, dal collo, fino al maestoso ventaglio di piume nere della coda, s’allargava facendolo sembrare il re della cucina. Lui la seguiva per casa, lei lo abbracciava raccontandogli dei fratelli rompiscatole. Poi arrivò l’antivigilia di Natale. Che l’antivigilia è importante, in certi posti. Verso tardo pomeriggio, si sbrigò a scrivere la letterina da mettere sotto il piatto di papà, impiastricciandosi tutte le manine di brillantini. Poi cercò il piccolo cappone per giocarci. Cercò ovunque. Cercò anche sotto il lungo tavolo che la mamma apparecchiava già dall’antivigilia che, a Napoli, è la vigilia che è importante perchè, ‘na vota che il fatto è successo, che tièn cchiù da dire? La tovaglia verde scuro con intarsi argentati profumava di naftalina. Mamma chiese cosa stesse cercando. Lei, in lacrime, spiegò. Mamma stette zitta. Lei continuò a cercare. Il cappone era sparito. Lei era disperata. A cena, quando mamma posò nel centro del tavolo la guandiera con il fumante secondo, il nonno, ficcandoci dentro la forchetta, disse compiaciuto: “Ah! Oiccàn ‘o cappone che vi ho dato! Vediamo comm’è!” Le sue urla e gli strepiti di quella vigilia se li ricordano ancora perché è da allora che la chiamano Capunciello.

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