Un pugno di mosche

S’alza stancamente, facendosi forza con le mani sulle ginocchia. Le duole la schiena. Alza lo sguardo verso il sole che ormai sta scomparendo oltre il muro del cimitero. Un nugolo di mosche volteggia in tondo sotto un cipresso. È allora che ricorda. Ricorda un pomeriggio di quarantanni prima.

Lui, steso accanto a lei, ad un tratto era “scappato” col cuore e la mente. Se n’era accorta. Gli aveva chiesto con dolcezza perchè stesse male. Lui aveva esitato opponendo resistenza alla sua allegra irruenza. Lei aveva insistito promettendo che non avrebbe commentato. Voleva solo ascoltare. La guardava come se fosse l’ultima volta di tutto. Lei insistette. Le confessò che aveva paura. Temeva d’andare avanti con la loro storia e di morire prima di lei. L’aveva guardata con dolcezza. Le aveva detto piangendo: “Esiste una cosa, che si chiama calcolo delle probabilità, grazie alla quale è più possibile che io muoia prima di te. Che ti lasci con un pugno di mosche in mano. Ho paura. Ho paura di lasciarti con un pugno di mosche in mano”. Ricordò tutto. Ricordò d’aver asciugato le sue lacrime baciandolo. D’aver incominciato a parlare, smentendo la sua promessa di non commentare, cercando di convincerlo che quello che le dava era già il massimo che un uomo potesse dare a una donna: l’Amore. Non era bastato. A volte non basta. Succede. Da allora, non lo vide più. Era stata l’ultima volta che avevano fatto l’amore. L’aveva cancellata dalla sua vita. L’aveva cercato disperatamente. Aveva pianto fino a svenire. Un giorno, non tanto lontano da quella sera, smise di piangere. Decise che non avrebbe più amato nessun uomo. Nessuno poteva amarla come lui.

Nel vecchio cimitero, ormai vuoto, risuona la sua risata roca. Gli uccelli, che fino ad allora avevano cinguettato in attesa del buio, s’azzittiscono. Un pugno di mosche… Sorridendo, si bacia le punte delle dita e accarezza la foto sulla lapide. “Se tu sapessi ‘more mio. Se tu sapessi…” Il cellulare squilla. Ci mette un po’ a trovarlo in borsa. Dall’altra parte, una giovane voce maschile dice: “Mamma, sto arrivando; scusami sono in ritardo. Questa strada è un casino.” Sorride, guardando la lapide. “Non ti preoccupare ‘more mio, tranquillo. T’aspetto fuori”.

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