Gli spazi giusti

Mentre digita il messaggio da mandare al Maresciallo Majani, Padre Ignazio pensa che ci vogliono le parole giuste. Ed anche gli spazi giusti. Già, gli spazi giusti. Perché è soprattutto negli spazi, nei brevi silenzi, nelle impercettibili pause che s’accoccolano pigramente tra una parola e l’altra, che diciamo o scriviamo le cose più importanti. Sospira pensando che quegli spazi si dovrebbero riempire di cose belle, così la gente non pensa male. Continua a scrivere: “Se non…” Ecco già non va bene. Il “non” è intimidatorio, aggressivo. Con il se davanti, poi, diventa ‘na minaccia. Che fa? Detta ordini a un maresciallo? E se poi s’incazza ancora di più? Se poi lo blocca su WhatsApp? A lui ‘sta cosa della spunta blu l’infastidisce di brutto. È come far godere gli altri del servizio di raccomandata con ricevuta di ritorno senza pagare! Scrolla la testa per cambiare pensiero. Vabbè. Ricomincia a digitare. “Daniele, ritengo sia opportuno…” Ah, no! Pure questa non va bene. Scrivere “ritengo” implica che l’altro non sia capace di “ritenere” e tu sei più competente, invece. Ah, cheppalle ‘sta cosa delle parole giuste, pensa mentre s’addentra nel giardino privato che separa la chiesa dalla canonica. Il buio della sera accarezza le vecchie mura che proteggono i salici del quadrilatero di antiche mura. Tempo addietro un ragazzino, durante un ritiro, s’era catapultato dall’altra parte del muro per assistere alla finale di calcio tra Santamariammare e Contradella. Lo rammenta sempre quando attraversa il giardino. È automatico. Sembrano ricordi intonacati sul cervello. Sono ricordi particolari? Boh. Continua a scrivere facendo attenzione a non inciampare nel vialetto che lo porta, dopo 14 passi, dritto davanti alla porta di casa. Ha scritto solo “Daniele”. Vabbè, almeno una parola. Tira fuori la chiave con una mano per aprire la porta, mentre con l’altra, a capo chino e concentrato sul piccolo schermo che riluce al buio appena calato, cerca ancora “gli spazi giusti”. Punta la chiave verso la porta e, a colpo sicuro, senza guardare, l’infila nello stomaco di Majani che, con un sorriso divertito, abbassa la testa e con voce roca sussurra attraverso i baffi: “Ignà, la pistola è un po’ più in alto… Vorresti, per caso, vedere il grilletto?”

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