La convertita

Ha dormito in aeroporto aspettando il check in. Torino – Roma. Poi farà Roma – Marrakech. Le mie vecchie ossa scricchiolanti sono pronte per nuove avventure, pensa sorridendo. Lui, che ha fatto Oslo – Roma, la raggiungerà all’interno, oltre il gate. Poi viaggeranno assieme verso il Marocco, dove li aspetta, felice, la famiglia di lui. Proprio un marocchino che lavora ad Oslo si doveva trovare? Ebbene sì. Ormai non si lamenta più. Ha iniziato ad accettare l’ineluttabile. Meglio tardi che mai. Già… C’è un test psicologico che ti dice a che ora dell’orologio della tua vita sei. Loro due si sono trovati verso le 17 delle loro vite, con l’interscambio universitario. Due professori che s’innamorano contribuendo ad uno studio internazionale di teologia. E fu così che, tra il Corano, la Bibbia e il Talmud, lei s’è convertita. Mettere l’hijab? Mai fatto fino a quella sera, in aeroporto. Sua nipote, che non ha mai incontrato, le ha mandato un video. Il suo nuovo cuore musulmano l’è debitrice. Il Corano non è quello che si pensa, senza averlo mai letto. Sayed non le ha mai chiesto di convertirsi. L’ha fatto da sola. Lui non l’ha mai vista con l’hijab. Ha deciso d’indossarlo per il loro primo viaggio in Marocco perché se lo sentiva dentro. Voleva vedere il suo sguardo di sorpresa. Voleva sentirsi davvero musulmana. Che, se sei poliziotto lo sei anche senza la divisa, è vero. Ma ti senti più poliziotto se l’indossi. È così. Ci piaccia oppure no. S’è esercitata tutta la notte. Metti e rimetti. Mica facile, con spilli e sotto foulard, se vuoi fare le cose davvero bene. Arriva davanti al metal detector. Così orgogliosa. Così felice. A quel punto una poliziotta dice all’altra: “Aò, ‘nce ne stà ‘n’antra de ‘ste beduine. Pijatela tu accuesta, và. Che ‘nce tiene ‘àbbomba sott’ar velo, chennesài?” Vergogna d’essere italiana. Vergogna d’essere donna. Vergogna d’essere. L’altra poliziotta s’avvicina. Gesticola animatamente, ridendo sguaiatamente, mentre dice: “schiùs mi, se toglie er velo, plìs?!”. A volte devi decidere se piangere o morire. A volte, non sempre. Così decidi di far morire rispondendo: “No. Lo farò solo se sarò accompagnata, come la legge decreta, in un luogo adatto che rispetti il mio credo, chennesài?”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...