Questioni di fede

Correva un qualsiasi anno del Signore degli anni ’80. Il tempo non aveva ancora iniziato a rubare i contorni delle fotografie, come cantava Renato Zero. Studiava per l’esame di maturità ascoltando Awanagana che apriva le linee per fare le dediche. A diciott’anni appena compiuti ne hai di dediche da fare, anche se sei uno sfigato. Che, poi, ad essere sfigati è una figata perché, quando cresci, è ancora più bello smerdare chi in te non ci credeva. Ma non è più problema questo. C’ha fatto pace con la sfigatezza e la stronzaggine della gente che è più sfigata di te. Suor Flavia aveva detto che l’associazione di missionari laici del Congo aveva accettato la sua candidatura. In realtà il piano era diverso. Aveva pensato, come tutti i “quasi diciottenni” che il mondo era suo e che sarebbe scappata di casa perché tutto le stava stretto; perché sono tutti delle merde, sempre. Così, credendo di potersi mantenere eternamente con le settecentocinquantamila lire risparmiate, aveva aperto l’atlante ad occhi chiusi pensando: “Scapperò là dove metterò l’indice.” Non si contano i secondi tra il momento in cui chiudi gli occhi, sfogliando tra le pagine dell’atlante di terza media, e quelli in cui li apri e ti rendi conto d’essere atterrata ad Antagnod, in Val D’Aosta. Non si contano perché dovrebbero essere attimi memorabili, da poter raccontare alla televisione, quando si diventa famosi. E invece no. Invece dell’esotica Cina o del pericoloso Klondike, il tuo cazzo d’indice va a finire sulla Val d’Aosta che, con tutto il rispetto, può essere bella eppallevarie ma poco sa di posto dove fuggire per dimostrare la propria indipendenza. Così, Congo sia. Quando l’ha detto ai genitori, il padre l’ha menata. La madre è stata zitta e poi, invece, è andata di nascosto da Don Gioacchino che l’ha chiamata per farle un pippone sulla fede, sui pericoli africani. Lei strafiga, insisteva. Ha perso la partita quando lui le ha mostrato foto di malattie dermatologiche tropicali. La fede dei deboli crolla davanti alla filariasi linfatica. Ancora adesso, a volte, pensa a Don Gioacchino sperando che sia morto male, magari proprio di filariasi linfatica. Perché la fede, anche quella più debole, bisogna alimentarla sempre; non ucciderla.

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