Appocundria

La Cinquecento è importante. La Cinquecento traghetta le timorate incompetenze dei neopatentati attraverso il mare dei primi metri d’asfalto percorsi da soli (che gran conquista!) verso le migliaia di chilometri da pendolare macinati come i pilota di formula 3, dopo 35 anni di patente. La prima macchina non si scorda mai, come il primo bacio. Le altre sono certamente importanti, ma la prima macchina non ha eguali. Ha portato l’auto aziendale in officina. Vede entrare in garage una Cinquecento e, d’improvviso, si ritrova sull’Aurelia, 40 anni prima, un caldo pomeriggio d’ottobre, a guidare attentamente, lentamente, accuratamente da Arma verso Sanremo. Quei 6 chilometri sembrano il viaggio di Marco Polo dall’Italia verso la Cina, quant’èvveriddio… Ma ce la farà. Deve farcela. All’Ariston l’aspetta Pino Daniele. Ha litigato col padre per andare a quel concerto. Il suo primo concerto. A 19 anni, patente fresca d’inchiostro, mica è facile. Paura, tanta. Emozione, pure. Chissà se deve mostrare la carta d’identità. Chissà se strapperanno il biglietto come fanno al cinema. Lo vuole conservare per tutta la vita, anche se è di galleria. Chissà se dovrà litigare per prendere posto. Che qua si litiga sempre. Pure il fratello, prima d’entrare in auto, per dispetto, ha cercato di farle perdere tempo. Ma lei non c’ha badato. Mentre guida talmente lentamente che una lumaca le suonerebbe il clacson, la Cinquecento si ferma. Hoddhio! Si ferma proprio sotto il Faro di Capo dell’Arma. Vuole morire. È tardissimo. Non ce la farà mai. Vuole piangere. Cerca di riavviare tirando la levetta. Niente. Una mazza di niente. Piange. Sì ora piange. Esce fuori. Ferma un’Ape Piaggio. “Mi aiuti, la prego! La scongiuro!”. Il vecchietto apre il cofano. Ride di gusto. Sembra l’abbia mandato Dio. “Tesoro, t’hanno fatto lo scherzo del checcazzosenericordaleicomesichiamavaquelcoso che te lo staccano e dopo pochi chilometri la macchina si ferma. Te l’ho rimesso a posto. Vai, vai!” Bisogna ringraziare Dio, sempre. La gratitudine è il segreto per superare i momenti d’appocundria. Dio grazie, anche per questo. Quella sera Pino Daniele, visto che in platea non c’era pubblico, disse: “Guagliù, scennìte abbasce! Faciteve verè ‘nfaccia! Pago io!” Il primo concerto, come la prima macchina, non si scorda mai. Ciao Pino e… grazie Dio.

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