Quelli come me

Quelli come me si sentono a disagio, inadeguati, fuori posto. Sì, fuori posto in qualsiasi posto. Quelli come me non hanno un posto nel mondo. Quelli come me sono un pezzo di puzzle sbagliato, troppo grosso, troppo grasso che non s’incastra negli spazi vuoti. Sai come m’immagino? M’immagino come la porta d’entrata d’una bellissima casa. Magari è pure una bella porta con finiture pregiate. Ma incardinata in un’intelaiatura troppo grande e larga. Sì, per assurdo, è proprio così. Io non sono veramente “grande e grosso” come mi vedi. Sono una minuscola porta appesa a infissi inadeguati, come me. Sono incardinato in un’intelaiatura troppo grande e larga. Come se proprio là, accanto alla maniglia che ti porta dentro, nel buio delle camere nascoste a tutti, invece d’esserci altro bellissimo legno che combacia con la mia chiusura, facendo “click” quando la chiudi o l’apri, ci fosse il vuoto. Vuoto totale. Vuoto da far paura. Vuoto tra me e l’infisso. Vuoto. Vuoto da caderci dentro, non poterne risalire mai più. E quel vuoto, io, LO DEVO COLMARE. Non c’è Cristo o santo che tenga. Certe volte, dopo averlo colmato, mi vien da vomitare. Ma è raro che lo faccia. Di solito tengo tutto dentro, io. Tengo tutto dentro perché, se poi rimetto, devo ricominciare a mangiare perchè il vuoto si fa ancora più grande, capisci? Non capisci? Non è una novità. Non capisce chi non ha vuoti dentro. Non capisce chi è capace di riempire quei vuoti con altre cose che non fanno male. Sì, se ci riesco, non rimetto. Inglobo, incamero, ingurgito, ingurgito, ingurgito. Fino a quando quel vuoto che sento nell’anima, CHE CONFONDO CON LO STOMACO, mi sembra d’averlo riempito abbastanza bene con cornetti algida, krapfen alla crema (che a me fa schifo la marmellata), pizzette, patatine, budini e panna cotta. Che la panna cotta è buona. E poi mi sento una merda. Mi sento una merda perché mi sono abbuffato e mi faccio schifo da solo e mi chiedo perché faccio così schifo da vomitare che non vomito, però. No, io tengo tutto dentro, soprattutto lacrime e rabbia. Cosa vorrei? Non lo so cosa vorrei. O, forse, non lo voglio sapere cosa vorrei. E vaffanculovà.

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