Sapori

Sapore di sale, sapore di mare. Così si chiamava il ristorante. Il proprietario, Cesare, era un signore elegante, abbronzato, d’una certa età i cui lunghi capelli biondo prezzolato svolazzavano accarezzandogli la nuca quando scuoteva la testa per ridere alle battute dei suoi clienti. Portava la dentiera, ma forse questo non è importante. Indossava sempre un completo di tweed marrone e beige. Nel taschino del gilet teneva un orologio con la catenella che tirava fuori verso mezzogiorno, quando diceva ai cuochi d’uscire dalla cucina perché lui doveva supervisionare senz’essere disturbato. Invece, mentre i tacchi delle scarpe di cuoio marrone ticchettavano sulle piastrelle raramente unte della cucina, apriva lentamente le braccia infondendo la sua energia sui cibi che la gente avrebbe ingollato avidamente durante la giornata. Vendeva solo menu guidati. Non si potevano scegliere piatti. Solo menu. Ogni menu aveva un sapore. Ma non era un sapore che aveva a che fare con le papille gustative. Era un sapore dei sentimenti. Nove, erano i menu: Gioia, Dolore, Amore, Tristezza, Piacere, Allegria, Rimpianto, Rimorso, Serenità. La gente faceva la fila; soprattutto gli anaffettivi e quelli che soffrivano di alessitimia che, a volte, mica è facile capire cosa si prova dentro, ma proprio dentro che più dentro non si può. Gli ingredienti d’ogni menu erano semplicissimi. Gioia era fatto di fragole, lamponi e panna montata, gli hamburger del Dolore avevano il sapore del sangue in bocca, quando ti mordi la lingua, Amore sapeva di ciliegie imbevute nel Maraschino, Tristezza sapeva di penne alla bottarga e limone, Piacere sapeva di cioccolato bianco sciolto lentamente in bocca, Allegria sapeva di ciccioli di maiale gustati col Morellino di Scansano, Rimpianto sapeva di tonno marinato nella soia, Rimorso sapeva di puntarelle con aglio e acciughe, Serenità sapeva di tè verde con fiori di gelsomino freschi. Cesare non faceva pagare tanto. Non necessitava di soldi perché cercava il cliente perfetto. Erano anni che l’aspettava. E un giorno arrivò. Un cameriere corse da lui, spaventato, dicendo che una ragazza con una cicatrice di 25 punti sul braccio destro e un occhio di vetro aveva chiesto d’assaggiare tutto il menu. Cesare sospirò felice, s’andò a sedere accanto alla ragazza e, assieme, gustarono tutto lentamente, aspettando l’Oblìo.

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