A E I O U

I sopravvissuti a stanchezza, scoramento e umiliazione progrediscono velocemente. Molti s’arrendono. Lei arriva alla quinta lezione. Si sentono fuori posto quelli come lei. Stasera sono in 4. Yasseer sta con i ragazzi egiziani. Io con lei, marocchina. Avrà una sessantina d’anni. Occhi lucidi incorniciati dal velo, come me. Ci diciamo “Salam Aleykoum” sorridendo. Conosco l’arabo, ma le parlo in italiano. Deve sapere che ce la farà. Non che ce la può fare, ma che ce la farà. La differenza è immensa. Dobbiamo dare per scontato l’italiano. Apprendere una lingua straniera da analfabeti, alla sua età, senz’aver mai usato la penna, è dolore puro. Soffro con loro. Vabbè. Partiamo dalle stanghette. La I è facile da scrivere… forse no. Le posiziono la penna in mano. Sento la pelle secca e callosa causata dal detersivo usato per le pulizie. Le accarezzo lievemente il dorso dopo aver stretto le dita impacciate intorno alla Bic. Ricambia il sorriso. La guido, scrivendo la vocale sussurrando: iii. Poi c’è la A che confonde con la E. Allora arriva la mia intraprendenza scenografico-didattica: mimo le vocali. Urlo la A fingendo dolore. Yasseer e i ragazzi ci sono abituati. La E diventa una mano simulante “eccheccavolo!”. Nitrisco la i cavalcando l’aria coi miei 95 chili. Ridiamo. La O è stupore parodiato dalla boccuccia alla Shirley Temple. Ululo la U fingendo d’essermi scottata. «Dai, ripetiamole assieme! AEIOU! AEIOU!» Prima lentamente, poi velocemente. Ci prova. Si scoraggia, sbagliando. «Nessuna depressione, qua! Yalla!» Poi, il miracolo: l’enuncia tutte. Incredula, le ripete ininterrottamente. C’abbracciamo forte. Yasseer e i ragazzi fingono indifferenza. Terminata la lezione è rimasta seduta al banco. Non so come dirle gentilmente d’andarsene. M’alzo. Mi guarda come faceva mio figlio, dopo aver finito un puzzle. Fa segno d’avvicinarmi mostrandomi la tessera scolastica. Col dito, toccandosi il petto, indica il nome scritto. «Anà?» Le rispondo incuriosita «Sì, sei tu». Apre il quaderno dove ha scritto il suo nome tre volte, copiandolo dalla tessera. Lo ripete a voce alta. Ha firmato tre volte. Grafìa incerta e sgarrupata, ma c’è riuscita. Ha scritto, firmato il suo nome per la prima volta. Sorrido dicendo Mashallah! Poi esce tuffandosi nel buio cittadino. Rientrando a casa, piango. Una firma sembra poco…

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