365 formichine

C’era una volta una formichina che abitava a Boolboonda, in Australia. Lei non lo sapeva ma, spesso e volentieri, veniva in mente a  una certa persona quando questa doveva spiegarsi o doveva spiegare a qualcuno l’infinitezza dell’universo e la piccolezza (in tutti i sensi) dell’uomo. C’erano voluti anni per maturare e visualizzare bene ‘sto fatto nel cervello e la persona ne era molto orgogliosa perché, a ragionamento fatto, ogni volta, aveva la prova assoluta dell’esistenza di Dio (non quello barbuto) e degli extra-terrestri. E questa mica è cosa da poco, no? Questa persona, tanti anni prima, non ricordava dove, aveva sentito dire che la formichina dell’Australia non sa che c’è un formichina che abita a Despedida, nella Terra del Fuoco ma, effettivamente, entrambe vivono sul pianeta Terra ed entrambe, nel loro piccolo, contribuiscono alla sua evoluzione. Se ci si pensa bene il grande si riflette nel piccolo; come una mamma che si vede nella figlia, il sole in una stella, una Mercedes in un triciclo. Quella persona, dunque, immaginava la Terra a guisa d’universo e immaginava che ogni formichina che ci stava sopra fosse un pianeta. La cosa più assurda è che, a sua volta, ogni formichina poteva essere un universo con altri pianeti perché esiste un fungo parassita che dolcemente s’adagia sulle formichine indifese rendendole formiche-zombie per poterne controllare le azioni a suo vantaggio (cerca Ophiocordiceps unilateralis e poi dimmi…). Quella persona, dunque, pensava: «Ma se la formica di Boolboonda non sa ch’esiste la formica di Despedida, e sono solo due formiche, quanto cretini siamo noi a pensare che non esistano altri esseri viventi, magari più intelligenti di noi chissà dove? E se qualcuno o qualcosa ha creato tutto questo, sicuramente è qualcuno o qualcosa d’immensamente stupendo e figo, no? E allora chiamiamolo Dio, per ora, fintanto che non ci presenteremo per il conto, una volta morti. Morale della favola: le due formichine non lo sapevano ma sarebbero presto state raffigurate sulla copertina d’un libro che parlava di tante cose; diverse tutte, belle e brutte, perché chi aveva scritto quel libro credeva che una fila di operose formichine potesse far comunicare due lati della stessa candida copertina anche se stavano in posti completamente diversi.

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