Preghiera per chi non crede

Camminavo lentamente sulla spiaggia, davanti a Medagh. I bambini ridevano e sguazzavano nelle onde oziose del mare mentre le donne, tutte bardate sotto il sole cocente, cercavano di sfuggire all’afa nascondendosi sotto le vetuste pagliarelle e fingendo di mettere a posto i piatti di plastica e mescere il tè alla menta per gli uomini che sonnecchiavano sulle sdraio sgangherate. Il vento dispettoso dell’estate si divertiva a spargere a piacimento, intorno a noi, profumi di frittata, olio di cocco, zenzero, coriandolo e cannella.  Era tutto così tremendamente bello che adesso, rinchiusa tra queste quattro mura cittadine, mi sembra d’essere morta, andata in Paradiso per poi rinascere all’inferno. Succede così. Spesso le cose più stupide ti fanno venire in mente le cose più importanti. Ricordo d’aver pensato ch’era il momento di pregare. Da qualche parte un muezzin aveva iniziato a cantare l’adhan e io m’ero automaticamente fermata, in segno di rispetto. Fu in quel momento ch’io che non credevo, meravigliosamente, mi fermai a pregare. M’accovacciai sulla sabbia, sotto il sole impietoso al quale forse Dio aveva chiesto di punirmi per tutti i giorni, gli attimi, i momenti in cui non avevo preso a braccetto la fede innata in tutti noi, esseri umani. Intrecciai le dita, chiusi gli occhi e mormorai, seguendo il ritmo del mare:

Padre mio dolente, ho così tanto bisogno

di tutte le cose belle che mi darai.

Perdonami se spesso non sarò

capace di comprendere cosa sarà

meglio fare per il mio bene.

Madre mia misericordiosa, dammi la

forza e la pazienza per vivere

con amore anche i momenti brutti.

Aiutami a sostenere sempre, nel bisogno,

chiunque avrà bisogno di me.

Angeli del cielo e dell’universo intero

 infondete quotidianamente in noi

la buona energia che ci farà

agire sempre nel bene e mai nel male,

ovunque noi siamo e qualsiasi cosa noi siamo.

Non dissi amen come in tutte le preghiere del mondo. Non cercai di memorizzarla. Le parole cambiano ogni volta che la recito. Il senso è quello, dopotutto. Perché, pensai, s’è vero che pregare proviene da prex/prece= voce e da precario che rappresenta qualcosa ottenuto implorando, sapendo che non dura tanto allora, in qualsiasi momento basterà dare voce sperando d’ottenere, senz’aspettarsi nulla.

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